Il risveglio di Rosaspina

 

Tutto era buio.
Non vedeva niente.
Non sentiva più le sue mani, le sue braccia e le sue gambe.
Niente.
Solo il nulla.
Che cosa era? Non lo sapeva. Sapeva solo che aveva chiuso gli occhi. L’immagine nella sua mente era sempre nera. Sentiva solo che il nulla la avvolgeva. Si sentiva come un fantasma che vagava senza meta. Solo che vagava nel niente. Non aveva più la cognizione del tempo.
Quanto tempo era passato? Non sapeva neanche questo.
Dov’era tutti? Non c’erano.
Cercò di parlare. Provò a muovere la bocca. Non la sentiva. Nessun suono fu prodotto. Non aveva nemmeno la voce.
Cercò allora di camminare ma sembrava di restare sempre nello stesso posto.
Sentì un peso che la attirava in basso. Voleva liberarsene.
Il silenzio anomalo continuava. Non sapeva se definirlo pure silenzio. Dentro di lei si sentiva vuota. Ma riusciva ancora a pensare.
Rammentò l’unica cosa che si ricordava.
L’ago.
Il sangue.
La vecchia.
Poi niente.
Era finita in una prigione nera. Forse all’aldilà.  Forse sarebbe stata lì per sempre.
Non percepiva né aria né calore. Un bel niente.
All’improvviso sembrò che il buio si schiarisse, come se una goccia di colore bianco si fosse mischiata con il nero assoluto. Alzò lo sguardo e vide una fioca luce. Nel suo cuore si accese qualcosa. Speranza.
Ebbe ancora il controllo del suo corpo. L’ombra scura delle sue mani tese verso il bagliore. Era come quando un bambino cercava di prendere il palloncino che stava volando via. Corse e saltò molto in alto e toccò quella fonte di luce.
E ancora buio.

Aprì di scatto gli occhi. La ragazza era distesa sul letto a baldacchino rifinito da decorazioni sfarzose. Lei era vestita da un abito elegante, di seta. La ragazza si alzò facendo cadere i suoi lunghi capelli dorati. La sua pelle candida era rimasta giovane nel tempo e la sua bocca vermiglia sempre carnosa. Si mise a sedere guardando la stanza. Era di forma rettangolare con molti ricchi mobili. Per terra erano distribuite una miriade di fiori di tutti i colori.
La ragazza per alcuni istanti ebbe un capo giro. Ricordava quasi tutto, forse. Il suo nome era Rosaspina. O Aurora. Su questo era confusa.
Non ricordava il perché era lì. Una festa? Un evento speciale?
Rammentava poco di alcune persone. Erano alcune fate che dovevano essere state care per lei. Poi due persone. Erano di mezza età e avevano vestiti pregiati quanto i suoi. Forse i suoi genitori.
Notò una finestra aperta. Andò a guardare fuori dalla piccola apertura. L’intera fortezza era ricoperta da rovi spinosi che s’intrecciavano in ogni singolo punto. Rosaspina, o Aurora, impallidì dal terrore.
Un drago di enormi dimensioni stava in mezzo della piazza esterna. Squame viola, artigli affilati e occhi di brace. Emanava un’aurea malefica, da tutte le parti si guardava.
La ragazza dovette sforzarsi molto per vedere la piccola figura sotto il possente animale.
Era un ragazzo.
Poteva avere la sua stessa età, circa. Aveva abiti né così ricchi né così poveri e in mano impugnava una spada che luccicava. Era ferito sul viso di qualche graffio e sul braccio sinistro era squarciato di almeno otto centimetri, dove il sangue zampillava.
D’istinto Rosaspina volle aiutarlo. Ma le serviva un’arma. Voltò il viso verso l’angolo fissando un arco e una faretra dove dentro c’era una freccia che splendeva d’argento.

Si stava mettendo male. Gli doleva il braccio e non sembrava far neanche il solletico al mostro dinanzi a lui. E pensare che qualche minuto prima era una donna. Una donna però inquietante che si era immediatamente trasformata nell’essere che era adesso. Un drago così spaventoso non lo aveva mai visto. Eppure non aveva fatto nulla di male, si era semplicemente incuriosito della leggenda della principessa che ci dimorava da cento anni. Ed ora era lì, a combattere, con pochissime possibilità di sopravvivenza. Per fortuna che aveva lasciato il cavallo davanti all’entrata.
Si mise in posizione di difesa, anche se sapeva che non sarebbe servito a nulla, ma lo fece lo stesso. Il drago fece l’ennesimo attacco, cercando di colpirlo con la zampa che aveva cinque artigli per niente rassicuranti. Lo schivò per un pelo buttandosi dall’altra parte. Era caduto a sedere inciampando sulla sua stessa spada. Era in una posizione sfavorevole per lui e per il drago (o dragonessa?) era molto favorevole. Il ragazzo sapeva che non ce l’avrebbe fatta per schivare il colpo mortale, era troppo lento e ferito. Era il suo biglietto di morte, era assicurato. Preferì chiudere gli occhi. Non voleva affrontare la morte, preferiva che lo trascinasse senza accorgersene.
Ma il colpo non arrivò. Udì solo un grido allucinante che fece eco nel lontano fitto bosco. Aprì gli occhi e vide con sua sorpresa il corpo del drago sdraiato per terra. I suoi occhi si concentrarono sulla freccia conficcata sul cuore. Rifletteva i raggi del sole pallido. Era fatta d’argento.
Il ragazzo si girò e vide da lontano una ragazza. Era di una bellezza unica. Aveva dei boccoli d’oro che le cadevano sulle spalle, la bocca rossa che assomigliava a due petali di rosa e una pelle liscia e perfetta. Indossava abiti da principessa. Aveva un arco in mano e una faretra dietro le spalle. Aveva appena alcuni secondi fa scoccato una freccia con una mira incredibile. Lei rimase a guardarlo e lui rimase a guardare lei incantato. Ci fu un lungo silenzio. Il corpo del drago si trasformò in quello della donna inquietante e sparì come polvere. Aurora avanzò verso il ragazzo e si fermò vicino a lui.
-E’ tutto finito- disse lei e cadde svenendo mentre il ragazzo la prese con prontezza.

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