I vicerè

 

Marito e moglie restarono un poco scandalizzati, ma non si sarebbero smossi, se la Badessa, per tirarli dalla sua, non avesse loro detto che il glorioso san Francesco di Paola non aveva più reso fecondo il loro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo, perché essi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa. Con questa pulce nell’orecchio, si rivoltarono tutt’e due contro il principe, ma specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate del fratello. Il marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e a poco a poco dalla fondazione delle messe e dal carpito deposito venivano alle altre questioni dell’eredità: alla divisione arbitraria, al numerario sottratto, ai conti rifiutati, alla pretesa che la finta apoca dell’assegno facesse fede dell’avvenuto pagamento, a tutte le ragioni di don Blasco, il quale scendeva apposta da Nicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebbero compiti i tre anni dalla morte della madre, dopo i quali le donne dovevano riscuotere la loro parte, che il principe, quantunque avesse promesso di pagare anticipatamente, teneva ancora per sé; bisognava dunque mettere presto in chiaro tutte quelle cose, stabilire quel che veramente toccava loro. Ma, reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe messi in mezzo, né la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamente col fratello e cognato, tanto era forte l’istinto del rispetto verso il capo della casa. Chiara però, volendo dimostrare il proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia, perché poi questa cercasse di trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si chiudeva in camera con la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le ragioni dello zio monaco, aggiungendo che lei, Lucrezia, era la più sacrificata di tutti, poiché, continuando la politica della madre, Giacomo non l’avrebbe maritata, o l’avrebbe maritata il più tardi possibile, per restar padrone d’amministrar la dote.

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