Lì, ma dove, come?

 

image077Sì, cammino lungo la via verso casa, sfioro i muri che parlano parole di amori finiti o appena cominciati. Cammino, forse non ho voglia di tornare a casa. Sta arrivando la sera, forse un temporale, nubi si ammassano verso le colline più a sud. Passo accanto ad una chiesa, mi siedo con un libro di racconti di Cortazar in mano: lì, ma dove, come questo è il titolo del racconto… me lo chiedo io pure. Lì, ma dove? Qualcosa sta per accadere, ma dove? Come?

Come essere puntuale per l’avvenimento? Se lo staranno chiedendo in molti. L’appuntamento, l’incontro, già, ma dove?

Se solo si potesse scegliere un luogo in cui ritrovarsi ogniqualvolta che tale domanda sfiori la nostra coscienza. Quasi apro un bar, lì, ma, dove come? Un ritrovo per gente persa, senza essere perduta. Dimentica di se stessa, ma non dimenticata. Un rendez vous di anime quasi inutili, sedute in tavoli con una sola sedia. Asociali senza la forza per esserlo. Un melograno di identità in attesa l’uno dell’altro, l’uno di qualcosa, l’altro della cosa dell’uno. Pareti dal colore sbiadito, nessuna possibilità di scelta nel bere. L’oste sarà abbastanza capace di leggere le loro tendenze alcoliche. Forse qualcuno desto si lamenterà di questa scelta. Il silenzio dei clienti e dell’oste lo caccerà. Non si ricorderà nemmeno di essere entrato in quel posto.

Ritorno alla realtà… intendo a quella che rientra nel mio campo visivo, sebbene sfuocata dal caldo e dalla miopia.

Forse dovrei voltare questo angolo, imboccare questa via, che sale verso quella casa dall’intonaco affrescato, forse. Oppure restare qui fino a che non cali la notte, con il mio fido libro in mano, osservando i passanti e le loro espressioni dalle sconosciute ragioni. Una donna mi passa accanto, sbirciando il titolo del libro, le sorrido, mi sorride, abbasso lo sguardo e lei non c’è più.

Qualcosa sta per accadere, non qui, non ciò che vorrei accadesse.

Ritorno alle parole del libro.

Sento il rumore del cuoio sul porfido, passi veloci, costanti, non alzo lo sguardo questa volta.

Chiudo le pagine del libro. Nessun rumore. Cammino, ma dove? Senza voglia, privo di pensieri pensati, schiavo di quelli circolari. Sì, quelli che tornano su se stessi senza prendere il volo, non voluti, che non aggiungono nulla alla mia comprensione, comprensione di cosa poi non è dato sapere dal momento che sono nemmeno identificabili… i pensieri intendo. E allora via, un passo dopo l’altro, in un continuo rincorrere l’equilibrio, impossibile da raggiungere nell’arte del passeggio, e forse anche nell’arte del pensiero.

Un incrocio, una nuova scelta, priva di responsabilità, non scompenso l’energia dell’universo se decido di voltare verso la basilica piuttosto che proseguire verso il fiume. Decido di raggiungere il ponte coperto, di oltrepassarlo, con la vana speranza che al di là del fiume ci sia qualcosa o qualcuno ad attendermi. Nulla. Proseguo incerto allontanandomi da casa, la mia meta diventa un cartellone pubblicitario, una scritta sul muro, una vetrina di articoli da pesca.

Non sono mai andato a pescare.

Ora mi fermo, che senso avrebbe continuare a camminare? Perché dovrei tornare verso casa? Sì, ora mi blocco, appoggio la spalla a quel palo che indica la via verso Genova e non mi muovo più. Spengo il telefono, sia mai che qualcuno disturbi la mia volontaria staticità con un suono digitale. Me ne starò lì, buono e zitto a volte chiudendo gli occhi. Qualcuno passerà senza dire una parola, guardandomi con preoccupazione. Un uomo, dalla giacca di lino beige e stropicciata sulla spalla, dalla sporca coscienza, o forse no, si chiederà se sia il caso di fermarsi a parlare, ma poi spaventato dalla situazione aumenterà il passo scomparendo nel portone vicino. Per qualche minuto penserà di avere fatto la cosa giusta, poi la cosa sbagliata e infine, esausto dal troppo pensare accenderà la televisione e in mutande si accascerà sul divano rosso con il ventilatore ai piedi. Forza tre… Lo vedrò sbirciare dalla finestra, tra le tende a righe gialle e verdi, per poi scomparire di nuovo. Unica preoccupazione che non chiami alcuno. Sono buono e zitto, perché essere d’intralcio alle mie derive. Anche il palo mi sembrerà comodo, incastrato perfettamente tra il collo e la spalla.

Altri passanti, giovani. Guardano e sorridono, si voltano. Anche loro dovrebbero fermarsi contro un palo, penso.

Ora i colori che chiamano romantici del tramonto, quelli che variano dal bianco paglierino stile vino bianco al viola intenso lasciano posto ad un azzurro opaco e uniforme. Forse ho voglia di bere, una falanghina per esempio, o un qualunque vino forte del sud “che fa assaggiare l’infinito a tutta la gente di bocca buona”. Parola di Guccini. Keaton. Mi scopro a canticchiare canzoni quasi dimenticate.

Un locale, non c’è l’oste che comprende i miei bisogni portandomi il bere adatto alla mia situazione, e allora senza badarci troppo chiedo un bicchiere di vino e poi un altro e un altro ancora, uno sguardo sfiora la mia coscienza, “se solo potessi conoscerla, se solo trovassi le parole”, ma il bicchiere si svuota e la serata è destinata a crollare nell’incubo di un ebbrezza nemmeno troppo cercata. L’equilibrio si fa precario, la mente si svuota di pensieri, sì, ma quelli circolare. Una liberazione. E poi il crollo non solo metaforico. Un sonno lungo fino all’alba in una via della città. Rientro a casa tra quelle vie che al mattino non ricorderò più.

Il mattino, già, un mattino che puzza di alcool e sigarette, vestiti gettati a terra, una calza sul letto e pensieri che cercano di ricordare la passata notte.

Sensi di colpa, vergogna, ipocondria.

La mattina è sprecata, mi giro e rigiro nel letto ormai disfatto, cercando la forza di alzarmi, bestemmiando per aver finito le pastiglie contro il mal di testa. Poi la doccia lunga un’ora, come se l’acqua potesse lavarmi l’anima. La scelta meticolosa nei vestiti davanti ad uno specchio che riflette senza comprensione il mondo che mi si mostra.

È l’inizio di una nuova giornata che odora di già vissuto.

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