Quel maledetto giovedì pomeriggio.

 

Questa non è una storia comune, non è la classica bella storia che si potrebbe sentire in giro così facilmente. O almeno, io faccio fatica ancora a ricordare cos’è successo, nonostante siano passati tanti anni.
In questa storia non troverete bionde ricchissime, ragazzi belli e dannati o chiunque abbia quel po’ di fama da ritenersi popolare. Non ci saranno principi e principesse, rospi e cavalli bianchi, oppure la strega cattiva che alla fine della storia muore tragicamente lasciando il lieto fine alla coppia felice. No. Qui le uniche due protagoniste sono due ragazze, diverse ma unite inevitabilmente in qualche modo. Unite da un fatto, un brutto fatto, che cambierà la vita di una di loro.
Qui non si parlerà di amicizia, di lealtà, di forza o di sorrisi. Qui le lacrime, il dolore e la sofferenza regneranno sopra tutto e tutti. Ma basta con queste parole, cominciamo con la storia. Iniziamo con la mia storia.

11 giugno 2009, giovedì. Un giovedì un po’ particolare per me, è l’ultimo giorno di scuola e poi finalmente le vacanze. Le mie vacanze estive da ragazzina di 15 anni e mezzo. Mi immagino già sole, mare e amici mentre mi preparo davanti allo specchio. Una figura piccola, magra, con un viso da bambina delle medie. “Ma perché continuano a darmi 11 anni? Non si vede che ne ho quasi 16?” penso mentre mi spazzolo i capelli scuri, lunghi e lisci. Poso la spazzola e mi guardo bene: un filo di matita sugli occhi, la maglietta nuova viola, i soliti jeans e le solite scarpe da ginnastica. La solita Marta, insomma. Esco dal bagno e controllo l’ora sul telefono vecchio: devo andare, è tardi! Prendo giacchetta e borsa, saluto di fretta mia madre ed esco di casa, volando per le scale e finendo per strada. Ed ecco che il pullman sbuffa fumo nero fermandosi dalla fermata e faccio in tempo a salirci sopra e a prendere posto dietro l’autista. Le porte si chiudono, il pullman riparte e vedo casa mia scomparire dal grande finestrino. La città scorre davanti ai miei occhi: edifici, case, alberi, la chiesa, i negozi, ancora gli alberi verdi del viale, il semaforo, la stazione. Qui scendo con un balzo, faccio due passi e mi fermo guardandomi attorno: dall’entrata della stazione ecco un’ondata di di ragazzi che sono scesi dal treno e vengono a prendere il pullman per andare a scuola. “Poverini,” penso “loro vanno a scuola mentre io vado a spassarmela!”
“Oh, eccoti” La voce di Anna, la mia amica, è inconfondibile e arriva alle mie spalle. Mi giro e si avvicina a me.
“Ci sono,” dico io “possiamo andare.”
Prendiamo il pullman che ci porta al centro commerciale. Ho organizzato una mattina con le mie amiche tra le vetrine, giusto per non stare a scuola l’ultimo giorno ad annoiarci a giocare a carte. Le mie amiche sono tre, unite dall’inizio delle superiori, e le trovo alla fermata del centro commerciale che ci aspettano. Con loro c’è anche un’altra ragazza, Giada, una nostra compagna di classe che soffre di attacchi di panico. E’ da mesi che Giada entra a scuola, si chiude in bagno dicendo di star male e dopo mezz’ora esce da scuola, saltando così interrogazioni e verifiche. La mia classe dopo un po’ di volte che vedeva che faceva così ha iniziato a non crederle più, escludendola lentamente dalla classe. Ma dopo una sollecitazione della preside e di sua madre, abbiamo cominciato a farla reintegrare nella classe e oggi esce con me e le mie amiche per la prima volta. Con loro Giada si è ben integrata, mentre io facevo un po’ factica a prendere quella confidenza da considerarla mia amica, ma ce la mettevo tutta.
La mattina inizia benissimo: io con le mie amiche andiamo tra negozi, a provarci vestiti, a sfogliare libri, a farci foto e a ridere tutte insieme. Dopo un po’ mia madre mi chiama. “Cosa fai per pranzo?”
“Vado a mangiare da Vale e poi vado in oratorio”: mento. Il piano per il mio pranzo era andare a casa di Giada, la casa più vicina alla mia chiesa. E così sono andata con Giada a casa sua per fare pranzo con sua madre. Il pranzo è andato bene e verso le 14:30 sua madre esce per andare a lavorare. “Giada, se non metti in ordine la casa prima del mio rientro, stasera non ti faccio andare alla festa in piscina!” Ultima raccomandazione e poi esce.
Siamo entrambe sedute sul divano e Giada si gira verso di me e mi chiede “Vuoi che ti faccia la frangia? Dai, sono brava!”. La frangia? Io? No, pessima idea. “No, grazie”.
Ma lei insiste, insiste ancora finché non cedo. Non riesco a dire di no alla gente. Così mi porta in bagno, mi fa sedere sul gabinetto e comincia a sforbiciare i miei capelli poco sopra il naso. Dopo 5 minuti mi mostra il risultato: una frangia corta, brutta e storta. Non sono per niente soddisfatta e la mia espressione parla da sola.
“Ti piace?” Non rispondo e ci sediamo di nuovo sul divano. “Ce l’hai con me?”
“No, tranquilla.”
Silenzio per una manciata di minuti. “Ora capisci cosa ho passato in questi due anni?”
Non capisco. “Cosa?”
“Ora ti faccio passare ciò che ho passato io.” La situazione si fa strana, così raccolgo la mia borsa e mi alzo dal divano. Non faccio in tempo che lei mi precede: scatta contro la porta, la chiude a chiave e si appoggia ad essa, guardandomi con odio. “Tu stai qui” mi dice.
“Posso uscire, per favore?”
“No”
Le preghiere non bastano, i ‘per favore’ sono inutili. Giada comincia a insultarmi, a minacciarmi, “sei solo una bambina, non meriti l’amicizia di Giulia, Vale e Anna”, ma non ci faccio caso. “Sono solo parole” penso e mi guardo attorno, faccio finta che quelle parole non mi colpiscano. Ma intanto il mio cuore batte all’impazzata e forse lui sa già cosa mi aspetta, cosa succederà.
Di colpo Giada smette di parlare e io avverto che la situazione sta degenerando. Fa un passo, un altro e con il terzo siamo faccia a faccia. Alza un braccio e mi colpisce.
Ecco che inizia l’inferno.
Da quel primo colpo sono susseguiti altri colpi, in faccia, sulle braccia, sul corpo. Mi picchia con cattiveria, con una rabbia disumana. Mi prende il collo con le mani, mi fa male, e mi spinge contro una porta di legno. Mi umilia, mi rende oggetto da prendere a schiaffi e pugni. Mi sento in gabbia.
Poi smette, mi fa sedere al tavolo del pranzo e si accende una sigaretta davanti a me. “Ti faccio male?” mi chiede. Io non rispondo, ho paura che se rispondo ‘si’ di fare la debole, e se rispondo di ‘no’ mi mostrerei strafottente, come se non mi avesse fatto nulla. Ma sì, mi fa male. Ma non solo per i colpi che prendo, mi fa male anche dentro. Non mi sento più una ragazzina, non mi sento più niente. “Da qui non esci viva” mi ripete.
Con quella poca lucidità del momento ricordo le parole di sua madre. “Facciamo un patto” propongo io. “Se ti pulisco casa, tu mi fai uscire.” Lei ci pensa e accetta. “Hai tempo mezz’ora, muoviti.”
Così inizio a lavare i piatti e la cucina, col suo sguardo cattivo che puntava sulla schiena, ma il tempo non è dalla mia parte. Mi ordina di pulire per terra e il tappeto con le mani e dopo neanche 5 minuti sono tutte nere dallo sporco.
Poi non so perché è successo, ma Giada si alza dal divano, apre la porta e scappa. Rimango un minuto a guardare la scena, poi raccolgo le mie cose e scappo anch’io. Via, veloce. Arrivo in strada e guardo il sole e la sua luce, come se fosse la prima volta, come se fosse il mio faro di speranza.
Sono libera?
La corsa disperata verso casa è scandita dalle lacrime che rigano il viso e dagli occhi della gente fissi su di me. Ma cosa vogliono? Ah, se solo sapessero…
Arrivo a casa dopo venti minuti di corsa e tremo. Mia madre mi guarda e chiede “Che ti è successo?!” Le spiego brevemente la mia disavventura, con i singhiozzi che bloccano a metà le frasi. Mia madre lavora dai vigili urbani della città, così chiama la Vice comandante, la quale viene in fretta e furia a casa mia a sentire la mia terribile vicenda. Rimane allibita pure lei e contatta immediatamente la madre di Giada, spiegandole cosa mi era successo.
Dopo che la Vice ci salutò, mamma mi porta in ospedale per farmi controllare. Piccoli graffi sulla schiena, qualche livido, nulla di rotto: questo è l’esito.
Uscite di lì, mamma continua a guidare, non passiamo nemmeno davanti casa.
“Dove andiamo?”
“Dalla Vice.”
“E perché?”
“Ha convocato Giada e la madre.”
“No ti prego, non la voglio vedere, non portarmi lì!”
Le suppliche sono invane e mia madre ha dovuto portarmi dentro a forza. La scena in Comando è stata pietosa: Giada e sua madre, che fino a quel momento avevano spergiurato di non saperne niente, si ammutoliscono davanti ai miei segni sulla schiena.
“Non è stat mia figlia, non lo farebbe mai! Sicuramente quei segni se li è fatti da sola!” sentenzia la madre di Giada, e la mia non ci vede più dalla rabbia.
“Secondo lei una ragazza fragilina si sarebbe fatto questo” puntando la mia schiena nuda “da sola, per cosa? Per incolpare sua figlia, così, tanto per..? Ma per favore”
Da lì a poco l’ammissione di Giada entrò come un fulmine a ciel sereno: “se non ti avessi lasciata andare, a quest’ora saresti morta.”

Sono quasi passati cinque anni e io sto ancora soffrendo per questa storia, perché una violenza è difficile da dimenticare. Quello è stato il maledetto giovedì pomeriggio che mi cambiò la vita.

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