Tegole rosse

 

 

Il vento leggero di primavera dondolava dolcemente quel ciuffo di capelli che baciato dal sole diveniva quasi biondo, un riflesso d’oro luccicante. Ammirava dall’alto il panorama, la vita di una piccola città che si stava lentamente spegnendo al tramonto, l’aria era frizzante, il sole calava ogni minuto di più e sulla via in discesa acquistava un romanticismo simile ad un vino in cantina, ogni giorno migliora, senza curarsi del tempo che va. Mescolato all’impasto morbido di quella domenica c’era anche il rumore intermittente delle macchine, le famiglie che rientravano dal pomeriggio al mare con le scarpe piene di sabbia e il cuore infarcito di felicità, ancora qualche bicicletta sulla pista ciclabile, delle risate, le voci che si fanno più allegre e sprezzanti, si alza il tono, diviene incontrollabile in queste giornate meravigliose, preludio dell’estate che fra poco tornerà. Fa capolino ancora timida tra le fronde verdi smeraldo degli alberi e s’incunea nei petali candidi di una margherita che sorride nel giardino di una villetta,mentre un bambino gioca sul dondolo, assapora la libertà mentre la mamma lo guarda, da lontano. Su quel tetto aveva scoperto un nascondiglio tutto suo, un luogo d’infinita pace dei sensi e di silenzio, il tempo si dilatava e i movimenti si rallentavano, tutto sembrava meno caotico, più celeste, meno avvezzo alla follia della società e ai suoi vizi e difetti. Amava quei momenti di trascurabile felicità, amava quella solitudine che gli donava ossigeno e vita, lo rimetteva davanti ai colori e gli spiaccicava in faccia la verità, forse a volte troppo cruda, ma sempre giusta e mai inopportuna. Amava quella solitudine e quell’altezza lo inebriava di una nuova e potente forza, una nuova energia implacabile mentre i pensieri s’intrecciavano e giocavano a nascondino, s’intravedevano ma non scoprivano mai il nascondiglio dell’altro. Erano troppo furbi. Forse erano troppi, punto e basta. Rincorreva in uno sguardo verso l’orizzonte un attimo fuggente e si sentiva libero, libero come il volo di un gabbiano che passando gli sfiorò la schiena, il cuore sobbalzò amando quell’istante di superfluo pericolo. E immaginava traiettorie nuove e percorsi mai percorsi, vicoli sconosciuti e tenebrosi, scale da salire e angoli remoti del suo essere, distese di cielo che lo circondava con il suo azzurro e uno sguardo deciso e instancabile sul mondo.

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