Ciò che inferno non è : il mio paradiso

 

Non trovando le parole giuste per descrivere quel che mi ha lasciato questo libro, ho dovuto ricorrere ad una frase di Stephen King. Ma del resto , ad una scrittrice esordiente può essere concessa qualche piccola copiatura. Il libro in questione è il terzo di Alessandro D’avenia, un autore che ho da poco imparato ad apprezzare. Il primo che ha scritto BIANCA COME IL LATTE ROSSA COME IL SANGUE, era una bella storia, adatta ai teenagers alle prese con la prime sfide della vita. Scorrevole, piacevole da leggere ma non mi ha lasciato granchè.Il secondo invece, COSE CHE NESSUNA SA,è entrato nell’elenco dei miei libri preferiti. Con lui è stato amore a prima vista, prima e dopo averlo letto, erchè avevo l’impressione che quel libro parlasse di …me.Ma ora veniamo al dunque. Il libro che mi accingo a commentare è ambientato a Palermo, nell’estate del 1993 e , pur essendo un racconto di fantasia, ha tra i protagonisti una persona realmente esistita, Don Pino Puglisi, il prete ucciso da Cosa Nostra, perchè sapeva tenere la testa alta in mondo che tiene gli occhi a terra. L’altro protagonista è Federico, ragazzo intelligentee sensibile che accetta di dare una mano a Don Pino al centro Padrenostro a Brancaccio, e così facendo scopre l’esistenza di un mondo nascosto, fatto di violenza sottomissione ed omertà, che lui, figlio dei quartieri alti, neanche immaginava. L’esperienza a Brancaccio lo porta a guardarsi dentro, a fare i conti con i propri limiti ma , soprattutto ,gli fa capire quanto poco conosca la città in cui vive. Discorso,questo , che può essere esteso all’Italia in generale, di cui la Sicilia è la più eloquente rappresentazione. In Federico ho trovato una specie di specchio,un alter ego. Stessa passione per i libri, in particolare per Dostoevskij, stesse inquietudini , stessi dubbi, stessa voglia di lottare e di cambiare il mondo, stessa sensazione di inadeguatezza. Inutile dire che ho amato molto questo personaggio. Ma di questo romanzo ciò che più colpisce è la capacità di descrivere, quasi come una foto, Palermo e il suo cuore di tenebra: la mafia. Entrambe vengono descritte con una crudezza e un realismo imprssionanti , ma senza ricadere ne tecnicismo che spesso caratterizza i resoconti sull’argomento. E’ come se ilbro dicesse “attento, lettore, la mafia è ovunque, anche vicino a te.” E in effetti è vero. Si chiama mafia l’insaziabile sete di denaro, la giustizia che premia gli empi e punisce gli onesti, le colat di cemento, frutto di appalti truccati, che deturpano quanto c’è di più belloin Italia. In una parola si chiama mafia quanto c’è di peggio nel nostro paese. L’autore, nel corso del romanzo , non smette mai di ribadire che,oltre a questo cuore marcio, ce n’è un altro, di carne, che ,anche se pieno di graffi e nonostante l’abbiano pugnalato tante volte, continua a battere. Piano ma batte. Come nella mia città, L’Aquila, che sembra morte,con i palazzi crollati e le impalcature che ancora la sfigurano, ma è vivivssima e piena di voglia di tornare a volare. Mentre lo leggevo, due sono state le sensazioni piùprofonde che ho provato. La prima , quella di andare laggiù , a vedere di persona la perla del mediterraneo, conoscerla, tocccare con mano il suo bello e il suo brutto. La seconda è una specie di richiamo. Io studio legge, ma non so ancora se fare la criminologa o il P.M. Dal 93 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, qualcosa è cambiato, ma c’è ancora molto da fare. Ebbene , ho avuto l’impressione che la storia mi dicesse “sbrigati! che qui c’è bisogno di te.” Forse pecco di superbia eppure … il tempo dirà se la mia impressione è giusta. Per concludere dirò soltanto questo. Quando vi dicono 2andate via che il paeseè condannato e nessuno può farci niente” non ci crdete ,perchè finchè ci saranno persone che credono nel futuro , che non smettono mai di sognaree non si sottomettono al male, il paese non è affatto condannato e chiunque può fare qualcosa affinchè questo germe venga definitivamente estirpato.

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